Una presunta frode da oltre 10 milioni di euro è al centro dell’inchiesta della Procura di Pavia su 14 aziende risicole della Lomellina. Diciassette persone, tra amministratori e titolari delle imprese, sono indagate per frode in commercio e truffa finalizzata all’ottenimento di erogazioni pubbliche. Secondo l’accusa, per anni sarebbe stato venduto come biologico riso coltivato con fitofarmaci e fertilizzanti vietati nei disciplinari bio.
Il gip Maria Cristina Lapi ha accolto la richiesta di sequestro preventivo avanzata dalla Procura di Pavia, guidata da Fabio Napoleone, in vista della confisca. Il provvedimento riguarda una somma equivalente a quella che, secondo gli investigatori, sarebbe stata percepita dagli imprenditori attraverso la vendita del prodotto e i contributi comunitari. L’indagine è coordinata dal sostituto procuratore Alberto Palermo ed è stata condotta dalla Guardia di Finanza di Pavia con la collaborazione degli ispettori dell’Icqrf, l’organismo del Ministero dell’Agricoltura impegnato nei controlli sulle frodi alimentari.
Le verifiche sulle coltivazioni
L’inchiesta è partita nel 2023, dopo alcune segnalazioni di FederBio. A insospettire gli investigatori erano state le quantità di riso dichiarate dalle aziende, considerate incompatibili con l’estensione dei terreni destinati alle coltivazioni biologiche. Durante le perquisizioni, eseguite nelle imprese già tre anni fa, furono sequestrati ingenti quantitativi di fitofarmaci e fertilizzanti vietati, oltre a documenti extracontabili.
Secondo la Procura, il materiale sequestrato avrebbe trovato riscontro nelle intercettazioni telefoniche. Gli accertamenti sono proseguiti con analisi di laboratorio sui campioni di piantine di riso prelevati nei terreni delle aziende coinvolte. Anche questi esami, sempre secondo l’impianto accusatorio, avrebbero evidenziato l’uso di sostanze non ammesse nella produzione biologica. Al vaglio degli investigatori ci sono inoltre agende e documenti rinvenuti negli uffici, che sarebbero estranei alla contabilità ufficiale.
Vendite e fondi pubblici
Per gli inquirenti, l’impiego dei prodotti vietati avrebbe consentito di ottenere rese per ettaro superiori a quelle normalmente raggiungibili con il metodo biologico. Il riso sarebbe stato poi commercializzato come bio, con un prezzo più elevato rispetto a quello convenzionale. L’indagine riguarda la vendita di circa 40mila tonnellate di prodotto, dalla quale sarebbero derivati profitti illeciti per oltre 9,8 milioni di euro.
Alla cifra si aggiungerebbero circa 400mila euro di contributi pubblici, ottenuti attraverso i bandi regionali di sviluppo rurale collegati alla Politica agricola comune. La Procura ha precisato che la vicenda riguarda esclusivamente le aziende sotto indagine e non il resto del comparto risicolo pavese, del quale viene sottolineata la correttezza dell’operato e la qualità delle produzioni.
Tra le persone raggiunte dal provvedimento figurano Mauro Maregatti, 67 anni, di Candia Lomellina; Mario e Maria Adele Pistone, di 84 e 49 anni, residenti a Mede; Paolo, Pietro Luigi e Luca Ghiselli, di 63, 59 e 27 anni, di Sartirana. È indagato anche il sindaco di Sartirana, Paolo Pietro Gianni Ghiselli, in qualità di amministratore di un’azienda agricola.
Gli altri nomi sono Giorgio Pietro Zorzoli, 70 anni, di Gropello Cairoli; Nicola Valdi, 55 anni, di Torre Beretti; Gianluca Bellazzi, 52 anni, di Mortara; Daniele Lacelli, 51 anni, e Cristiano Ghirelli, 50 anni, di Frascarolo; Stefano Tonetti, 57 anni, di Candia Lomellina; Pierangelo Raineri, 50 anni, di Lomello; Isidoro Sempio, 55 anni, di Pavia, e Bruno Daniele Sempio, 52 anni, di Mede; Marinella Nese e Maria Cristina Papetti, entrambe di 55 anni e residenti a Sartirana. Le accuse dovranno ora essere verificate nel corso del procedimento.