Gennaro Cassese, all’epoca comandante della compagnia dei carabinieri di Vigevano, torna a esprimere dubbi sulla cosiddetta traccia 33, uno degli elementi al centro dell’inchiesta bis sul delitto di Garlasco. Si tratta dell’impronta di un palmo destro rilevata sul muro delle scale della cantina della villetta di via Pascoli, che secondo la Procura corrisponderebbe per 15 minuzie alla mano di Andrea Sempio, oggi indagato.
Cassese sostiene che nel 2007 quella traccia non fosse stata attribuita ad alcuna persona e che, di conseguenza, non possa essere considerata una prova dell’identità dell’assassino. L’ex ufficiale ha precisato di avere fiducia nelle istituzioni e negli investigatori, sottolineando però che l’impronta dovrà essere collocata nel contesto della scena del crimine e confrontata con gli altri elementi raccolti.
Secondo la relazione redatta all’epoca, l’autore dell’omicidio avrebbe indossato una scarpa del numero 42. La Procura di Pavia ha disposto nuovi accertamenti proprio sulle impronte lasciate sul pavimento della casa: si tratta di sette tracce ben visibili di una suola a pallini. Anche la difesa di Sempio ha svolto indagini difensive sullo stesso punto, sostenendo che l’indagato porti il 44.
Gli elementi già esaminati
La differenza tra le misure delle calzature potrebbe diventare uno dei temi di un eventuale processo, nel quale è prevedibile il confronto tra consulenze tecniche contrapposte. Cassese ribadisce che nel 2007 non vi fossero elementi scientifici in grado di collocare Sempio sulla scena del crimine. Tra gli aspetti allora conosciuti cita soltanto tre telefonate effettuate verso casa Poggi nei giorni precedenti all’omicidio.
Le chiamate risalgono al 7 e all’8 agosto, quando Marco Poggi, fratello di Chiara e amico di Sempio, si trovava in vacanza con i genitori. Sentito dai carabinieri nel 2008, l’indagato le aveva giustificate come un errore. Cassese ricorda inoltre che l’orario del decesso era stato inizialmente fissato dopo le 11 del mattino e che solo nel 2008 sarebbe stato anticipato alle 9.23. Sempio aveva dichiarato di essere rimasto a casa fino alle 10, ma all’epoca, secondo l’ex comandante, non c’erano elementi sufficienti per ulteriori verifiche.
Il caso della bicicletta
Nel racconto di Cassese rientra anche la bicicletta nera da donna che la testimone Franca Bermani disse di avere visto vicino all’abitazione la mattina del 13 agosto, giorno dell’omicidio di Chiara. Il giorno successivo il comandante della stazione di Garlasco, Francesco Marchetto, trovò una bicicletta nera nell’officina del padre di Alberto Stasi, ma non la sequestrò ritenendo che non corrispondesse alla descrizione fornita dalla testimone.
Cassese riferisce di aver visto una bicicletta nera nella stessa officina circa 45 giorni dopo il delitto, durante un’ispezione dell’impianto d’allarme. Non è però possibile stabilire, sulla base delle informazioni disponibili, se fosse lo stesso mezzo osservato da Marchetto. Anche questo elemento resta quindi da collocare nel quadro complessivo degli accertamenti ancora in corso.