Arte contemporanea

CreoErgoSum a Pavia mostra immersiva di Barbara Seghezzi

L'artista pavese ripercorre trent'anni di ricerca tra autoscatto e performance nell'esposizione in Santa Maria Gualtieri

CreoErgoSum a Pavia mostra immersiva di Barbara Seghezzi

Si definiscono i dettagli per l’inaugurazione prevista sabato 31 ottobre 2026 alle ore 18:30 della mostra immersiva “CreoErgoSum.

L’ascesa, la caduta e la rinascita dalla No man’s Land” dell’artista Barbara Seghezzi, ospitata nello spazio sconsacrato della Chiesa di Santa Maria Gualtieri in Piazza Vittoria 4 a Pavia.

L’evento espositivo, realizzato in collaborazione con l’Assessorato alle Politiche Culturali del Comune di Pavia, raccoglie l’esito di una ricerca trentennale condotta tra il 1996 e il 2026 e s’avvale del testo critico curato da Giorgio Bonomi.

L’apertura al pubblico è programmata da lunedì 2 novembre 2026 a domenica 15 novembre 2026, con orario dalle 15:30 alle 19:30 e ingresso libero, mentre la giornata di domenica 1 novembre 2026 vedrà la struttura rimanere chiusa.

Dalla sperimentazione del cine-occhio ai palcoscenici internazionali

Il percorso artistico della fotografa e regista, nata a Pavia nel 1968, affonda le sue radici nella formazione teatrale e negli studi svolti presso la Scuola del Cinema di Milano. Nel 1996 l’autrice presenta a Pavia il documentario “Il dottor Stranamore – Storie di fine millennio”, indagine su sesso e amore ispirata all’opera di Pier Paolo Pasolini del 1963. Successivamente entra nello staff dell’agenzia fotografica Grazia Neri e, all’interno del laboratorio multimediale Emage, firma insieme a Marcello Mencarini il film documentario “Nuovi Comizi d’Amore” (2005/2006). L’opera, girata integralmente con un telefono cellulare, ottiene riscontro internazionale con proiezioni al MoMA di New York durante la rassegna MoMA Fortnight, al Centre Pompidou di Parigi nell’ambito del Pocket Film Festival e all’IDFA di Amsterdam.

Nella sua analisi intitolata “Dall’arte come vita alla vita come arte”, Giorgio Bonomi sottolinea come la mostra e la pubblicazione costituiscano una vera e propria autobiografia non tradizionale:

“Infatti la mostra e il libro sono una “autobiografia”, non nel senso tradizionale, e spesso banale, del racconto dei propri anni che scorrono bensì nel senso in cui uno dei più importanti architetti contemporanei, Aldo Rossi, scrisse la sua Autobiografia scientifica, in cui si legge: “Da un certo punto della mia vita ho considerato il mestiere o l’arte come una descrizione delle cose e di noi stessi”, e ancora: “Questa autobiografia dei miei progetti è l’unico modo in cui posso parlare dei miei progetti”. Con le dovute sostituzioni di parole e concetti queste parole si addicono perfettamente a questa autobiografia della nostra artista.”

La fucina alchemica nella campagna di Sommo

Dopo l’attività milanese e i riconoscimenti esteri, nel 2009 la creativa compie la scelta di ritirarsi nella provincia pavese, stabilendosi nella campagna tra Sommo e Sairano. In questa fase di isolamento fecondo, ribattezzata “No Man’s Land”, la sperimentazione video si affianca al recupero della materia e della pittura, integrando sulle tele cera, foglie, nastri adesivi, piccoli oggetti e componenti organici. È in questo contesto che prende forma l’alter ego della Casalinga Disperata, espressione dell’esplorazione svolta tra le pareti domestiche e dell’indagine svolta sulla condizione individuale.

All’esperienza casalinga s’intreccia il tema del viaggio, maturato attraverso sette esplorazioni in solitaria in territorio indiano a partire dal 1997. L’itinerario spirituale e materiale trova espressione nel progetto “Soul Traveling” e nella figura di Giga Vertov, ulteriore alter ego strutturato sulla tecnica del Cine-Occhio. Nell’impianto teorico redatto per l’esposizione, Giorgio Bonomi evidenzia il valore simbolico e filosofico di questa traiettoria evolutiva:

“Autobiografia come viaggio, come Grand Tour, all’interno del proprio io – viaggio dell’ e nell’anima – dove le “stazioni di posta” sono spirituali e materiali. Non è un caso che l’artista abbia realizzato un’opera con le “valige”, uno degli emblemi del viaggio. Qui le valige sono 7, e per una ragione forte. Il 7 è, fin dalle culture più antiche, orientali e occidentali, un numero sacro, mistico, anche magico. Ritroviamo, nel percorso di Seghezzi, le 7 tappe chakra, con i rispettivi 7 colori.”

Lo stesso saggista precisa le basi concettuali della percezione temporale adottata nell’impianto delle opere:

“Ed il viaggio implica anche il problema del tempo: Seghezzi rifiuta il concetto di tempo lineare, assumendo quello “ciclico”, “circolare” che è quello che caratterizza l’ascesa, la caduta e la rinascita, così forse è più pregnante la concezione di Giambattista Vico che nella sua teoria dei “corsi e ricorsi” parla di cammino a spirale, infatti in un cerchio si parte da un punto e li si ritorna, mentre invece nella spirale il movimento è sì circolare ma non si ritorna mai al punto d’avvio, come è nella vita reale nella quale gli accadimenti non si ripetono mai uguali, noi stessi non siamo mai gli stessi, mutando in ogni attimo.”

Nell’estratto dedicato alla riflessione sulla propria identità, Barbara Seghezzi definisce la sintesi della propria formula esistenziale ed estetica:

“Sum ergo sum”

Questa formulazione supera le categorizzazioni tradizionali quali “Cogito ergo sum”, “Ego ergo sum”, “Creo ergo sum” o “Selfie ergo sum”, ponendo l’Essere fondato ontologicamente alla base di ogni successiva determinazione.

A close up of the theyam dancer revealing the details of his costume and make-up, particularly the special metal staff in his mouth

L’allestimento e la struttura espositiva in Santa Maria Gualtieri

La conformazione dello spazio sconsacrato di Santa Maria Gualtieri è stata suddivisa in sezioni cromatiche e installative articolate lungo le navate e la zona absidale. La navata di sinistra accoglie le sette valigie abbinate ai sette chakra e alle rispettive tele cromatiche legate al percorso di “Soul Traveling”. La navata di destra ospita l’altare votivo della Casalinga Disperata, affiancato da autoritratti fotografici e installazioni materiche composte da abiti ingessati e stoviglie. Nell’abside figurano il motivo iconografico degli occhi intitolato “Big Sister”, unitamente alle rappresentazioni visive dell’Imperatrice, della Papessa e del Diavolo, riprese dalle figure degli Arcani Maggiori.

Fase Periodo Opere e Progetti Sedi e Contesti
L’Ascesa 1996 – 2006 Documentario “Il dottor Stranamore”; film “Nuovi Comizi d’Amore” con Marcello Mencarini; reportage fotografici per l’Agenzia Grazia Neri. Pavia, Milano, MoMA (New York), Centre Pompidou (Parigi), IDFA (Amsterdam).
La Caduta 2009 – 2025 Ricerca materica con cera e tape; cicli pittorici sui 7 Chakra; serie fotografiche ed estetiche “Casalinga Disperata” e “Giga Vertov”. Fucina alchemica nella “No Man’s Land” di Sommo (Pavia); viaggi in solitaria in India.
La Rinascita 2026 Mostra personale immersiva “CreoErgoSum”; installazioni delle 7 valigie; sculture e performance dal vivo. Chiesa sconsacrata di Santa Maria Gualtieri a Pavia.

Intervista all’esecutrice e dettagli performativi

Nel corso delle sessioni espositive sono previste azioni performative dal vivo condotte personalmente dall’autrice. Rispondendo alle motivazioni del ritorno espositivo nella propria città d’origine, Barbara Seghezzi ha illustrato la genesi del progetto:

“Credo che esporre a Pavia sia la logica conseguenza del mio percorso. Per me l’arte è sempre stata una necessità. Credo che il percorso di un’artista sia sempre strettamente collegato alla sua vita, ma nel mio caso questo fil rouge è ancora più stretto.Quindi, dopo questa ricerca silenziosa, è nata proprio l’urgenza di esprimersi attraverso una mostra, altrimenti rischiavo l’implosione: dopo tutti tutti questi anni di ricerca solitaria, avevo il disperato bisogno di comunicare verso l’esterno. E qual è il luogo migliore se non la chiesa sconsacrata di Santa Maria Gualtieri? Intanto siamo nel centro di Pavia, nella storica Piazza Vittoria, che è stata la culla della mia gioventù, quando andavo in piazza a 16 anni al tempo delle grandi compagnie. Poi perché rappresenta ll’epicentro della mia No Man’s Land, la cittadina di Sommo, dove io vivo dal 2009 , dopo la fase milanese, nella campagna fra Sommo e Sairano. E poi perché è il mio ritorno alle origini: a Pavia sono nata e cresciuta, anche se poi per motivi di formazione artistica mi sono spostata a Milano, che è il centro culturale italiano più importante, per poi ritornare nel lontano 2009 in quella che definisco la mia No Man’s Land. Questa ricerca è servita a ripiegarmi su me stessa: dopo l’apertura verso l’esterno e la ricerca affannosa del successo, mi sono ripiegata su me stessa per ritrovare il contatto con la mia vera essenza, manifestata anche attraverso i miei vari alter ego, che diventano metafore della condizione femminile, ma soprattutto della condizione umana. Il mio percorso è un percorso di resilienza artistica, perché per me l’arte è stata anche uno strumento di resilienza.”

Riguardo alla relazione tra la documentazione antropologica dei viaggi e l’esplorazione intimistica, l’autrice ha precisato:

“Quella che sembra apparentemente una contraddizione — cioè la ricerca esteriore, la cattura attraverso l’occhio esterno della videocamera — si contrappone, ma solo in apaprenza, all’esperienza della Casalinga Disperata, che è un’esperienza più punk-anarchica, la ribellione individuale, l’isolamento della donna. In questo caso entra in gioco anche la mia natura femminile: la Casalinga Disperata non è solo l’archetipo della casalinga, è l’archetipo dell’isolamento della donna quando viene confinata nello spazio della casa e non ha la possibilità di esprimersi attraverso una realizzazione nel mondo esterno, talvolta oscurata da figure maschili di successo troppo ingombranti. Ma i miei alter ego, non rispecchiano solo la condizione della donna, quanto piuttosto quella dell’essere umano, e lo conferma è rappresentata ad esempio dai miei “Mantra for the contemporary man”, che mutuano la struttura del mantra delle tradizIone mistica indiana, ma per farne un canto di disagio dell’uomo contemporaneo nel sua desolazione. Col senno di poi, questa fase così lunga, di ricerca intimistica, silenziosa e solitaria, è stata anche un modo che mi ha permesso di rielabolare i miei traumi personali, che poi esistono nel percorso di vita di ognuno di noi, percorso che io riassumo metaforicamente nel percorso di ascesa, caduta e rinascita del sottotitolo della mostra e che ricorda anche la tesi, antitesi e sintesi hegeliana. Questo è un po’ il senso profondo della mostra: la nostra vita è fatta di tante fasi continue di ascesa, caduta e rinascita, ma tutte queste fasi sono necessarie anche per la nostra evoluzione. Quindi quello che apparentemente ci ostacola, ci crea difficoltà, in realtà ci permette di evolverci. Questo è un po’ anche il senso della nostra vita, se vogliamo trovare un senso a qualcosa che un senso non ce l’ha ….. come diceva Vasco Rossi.”

In merito all’impostazione fruibile riservata ai visitatori all’interno della struttura, l’artista ha dichiarato:

“Un’esperienza immersiva e totalizzante. Troverà un dialogo costante tra grandi architetture visive, suoni di mantra box, le iconografie della Big Sister e dei tarocchi, e improvvise azioni performative dal vivo. Un percorso concepito per sollecitare i sensi, interrogare lo sguardo e riservare continue sorprese. Ma ora abbiamo già detto fin troppo, l’esperienza deve essere sorprendente e a tal proposito lascerò un bel librone all’interno della Chiesa per avere il feed back del pubblico, che per un artista è sempre fondamentale. Quindi ringrazio fin d’ora chi parteciperà all’evento e vorrà lasciare un suo commento sull’esperienza.”

Interpellata sul significato dell’espressione provocatoria adottata in alcune produzioni, l’esecutrice ha chiarito:

“Quando ho fatto sentire questo mantra a un’amica, la sua reazione è stata: “Eh, ma mi sembra un atto di ribellione molto adolescenziale”. È la risposta tipica di una certa mentalità provinciale, che si ferma alla superficie senza capire la sostanza. Non è una ragazzata, ma un atto di ribellione che ogni individuo dovrebbe fare, a qualsiasi età. È la difesa della propria identità personale e della propria vera essenza contro la cultura, l’educazione e tutte le manipolazioni che riceviamo e che tendono a schiacciarci e a soffocarci. Da giurista, voglio sottolineare che il vero significato della democrazia — sancito chiaramente dal principio di uguaglianza dell’articolo 3 della nostra Costituzione — non consiste affatto nell’essere tutti uguali appiattendo le differenze. Una vera e sana democrazia deve tutelare la diversità e includerla. Quando la democrazia si distorce e finisce per omologare e schiacciare l’identità delle persone, il passo successivo è il rischio della dittatura. Il grido di liberazione è quindi una difesa viscerale della propria sovranità individuale.”

Relativamente all’impiego della grafia parzialmente schermata con asterisco, l’autrice ha aggiunto:

“L’asterisco è una scelta deliberata che agisce su due livelli. Da un lato neutralizza l’alibi del pretesto formale: toglie a un certo perbenismo di maniera la possibilità di appigliarsi alla “volgarità gratuita” per evitare di confrontarsi con la sostanza del messaggio. Dall’altro lato, l’asterisco è la rappresentazione visiva dell’autocensura che la società e i condizionamenti esterni pretendono di imporre all’individuo: costringerlo a “schermare” la propria voce per non disturbare la quiete del conformismo. L’asterisco rende evidente ciò che tutti comprendono, denunciando l’ipocrisia di un sistema che si scandalizza per una lettera ma tollera lo schiacciamento dell’identità.”

In merito alle perplessità sollevate da alcuni osservatori sull’utilizzo delle pratiche del corpo dal vivo, Barbara Seghezzi ha ribadito:

“Sentirsi dire da qualche presunto “esperto” o addetto ai lavori la solita frase superficiale “Eh, ma non è niente che non abbia già visto” significa fraintendere completamente il senso dell’operazione. Come evidenziato anche dal critico Giorgio Bonomi, nel mio percorso vita e arte sono inscindibilmente legate: l’arte per me è sempre stata una necessità primaria e viszerale. Questa mostra e la performance dal vivo rappresentano un vero e proprio atto sciamanico ed esorcistico: un rituale per attraversare il passato, pacificare i conti con la memoria ed esorcizzarla per sempre. È fondamentale che questo avvenga a Pavia: la città che mi ha visto nascere e crescere, ma anche soffocare e implodere. Questa esposizione racchiude e sintetizza tutto il mio passato, permettendomi di liberarmi definitivamente dalle gabbie della dimensione provinciale per dedicarmi interamente ai miei obiettivi internazionali. Il punto d’arrivo è New York: dove ho avuto il grande successo internazionale nel 2006, ma dove oggi torno da sola, in totale autonomia, affermando la mia piena sovranità artistica.”

Infine, approfondendo le motivazioni del passaggio dalla dimensione solitaria dell’autoscatto alla performance aperta al pubblico, l’autrice ha concluso:

“Innanzitutto la performance non è qualcosa che viene dal nulla, perché ha radici profonde in me e si riallaccia alla mia formazione teatrale. Allora non lo sapevo, ma era quello che cercavo nel teatro: la connessione profonda con me stessa. In questo, la tradizione del metodo Stanislavskij, la metodologia strasberghiana — che ho approfondito tramite Dominic De Fazio e successivamente Susan Batson — mi hanno aiutato a trovare questo aspetto della connessione intima con la vera essenza. Vi racconto questo aneddoto: una volta, mentre stavo seguendo un corso a New York con Susan Batson, ho provato un’emozione così intensa che non riuscivo neanche a performarla, non riuscivo ad agirla. Susan Batson mi disse che magari lei avesse avuto quella capacità di canalizzare le emozioni: nonostante io non avessi fatto nulla in scena, il mio corpo era un libro aperto e lei poteva leggere tutta la storia dentro di me. Quindi, questa per me è la performance: un corpo che parla. Al di là di questa formazione delle origini, in tutto il periodo della mia ricerca silenziosa ho fatto moltissimi atti performativi, perché le mie foto — penso a quelle della casalinga disperata — sono in realtà delle performance davanti alla macchina fotografica; quando indosso i panni della casalinga disperata sto realizzando una performance, così come accadeva nelle azioni domestiche di Fuck Me To The Bones. Adesso, però, la performance assume un significato diverso: se prima la mia ricerca si muoveva nel chiuso di una fucina alchemica, corrispondendo a quel “corpo solitario” analizzato dal critico Giorgio Bonomi nella fase di implosione e gestazione, ora quel corpo si apre e parla a tutti. Il passaggio dal laboratorio al pubblico diventa il definitivo Fck you all*: una performance che ha il preciso compito di esorcizzare il passato per passare al futuro. È contemporaneamente un rituale personale sciamanico e un messaggio allo spettatore, parte di quel percorso di ascesa, caduta e rinascita, ma anche l’invito a ogni individuo a rivendicare la propria identità all’interno della società, senza farsi opprimere né schiacciare.”