La Cgil Lombardia chiede criteri più stringenti per la realizzazione dei data center e interviene nel dibattito aperto dalla decisione della giunta regionale di modificare la legge approvata pochi mesi fa. Il sindacato ritiene necessario che i nuovi progetti non comportino ulteriore consumo di suolo e siano sottoposti a una verifica preventiva della sostenibilità energetica e idrica.
Tra le richieste avanzate figurano anche la valutazione degli impatti cumulativi, il recupero del calore prodotto dagli impianti e una particolare attenzione alla qualità del lavoro lungo tutta la filiera degli appalti. Secondo la Cgil, la disciplina regionale dovrebbe inoltre garantire maggiore trasparenza sui dati e considerare gli effetti della concentrazione di più strutture nello stesso territorio.
I nodi sollevati dal sindacato
Nel documento vengono richiamate anche le possibili dinamiche speculative sui terreni e sui valori immobiliari, oltre alla necessità di verificare le ricadute occupazionali effettive degli investimenti. Per il sindacato, il governo regionale deve valutare fin dall’inizio anche la fase conclusiva del ciclo di vita degli impianti.
La Cgil chiede quindi garanzie per evitare che un investimento privato possa lasciare, in futuro, strutture inutilizzate da bonificare e costi a carico della collettività. L’obiettivo indicato è definire regole capaci di tenere insieme sviluppo tecnologico, sostenibilità ambientale, tutela del territorio e condizioni di lavoro.
Il caso dell’area ex Chatillon
Secondo la mappatura dell’Osservatorio Data Center, in Lombardia a luglio 2026 risultavano 41 siti tra impianti operativi, strutture in costruzione e progetti nelle diverse fasi di sviluppo. Il quadro regionale comprende anche l’area pavese, dove nei mesi scorsi era stata avanzata l’ipotesi di realizzare un impianto nella zona dell’ex Chatillon, a Motta San Damiano, nella periferia orientale di Pavia.
Si tratta di uno spazio di oltre 60 mila metri quadrati, un tempo occupato da uno stabilimento industriale chimico e tessile chiuso negli anni Ottanta. L’amministrazione comunale aveva tuttavia precisato che non c’erano stati contatti con la società proprietaria dell’area. La proposta resta quindi inserita nel più ampio confronto regionale sui criteri da applicare ai data center.