Reperti investigativi

Garlasco, tre provette del caso Poggi finite tra i rifiuti

Lo smaltimento risale al 2016: il laboratorio dei Ris lo lega alla condanna definitiva, mentre la procura verifica altri nodi dell’indagine.

Garlasco, tre provette del caso Poggi finite tra i rifiuti

Tre provette contenenti materiale raccolto durante le indagini sull’omicidio di Chiara Poggi sono state smaltite nella seconda metà di settembre del 2016, pochi mesi dopo la condanna definitiva di Alberto Stasi. I reperti si trovavano nel freezer del laboratorio dei Ris di Parma e, secondo la ricostruzione fornita dagli stessi carabinieri del Ris, furono rimossi e conferiti tra i rifiuti.

La vicenda riguarda prelievi di intonaco e materiale genetico acquisiti nella villetta di Garlasco: la traccia 33, relativa a un’impronta sul muro delle scale, la traccia 97F, una strisciata di sangue alla base della scala, e gli eluiti ricavati dalle unghie della vittima. Lo smaltimento è ora tra gli elementi esaminati nel fascicolo aperto dalla procura di Pavia sull’operato dei Ris e sui possibili errori commessi nell’indagine del 2007. Al momento, il procedimento risulta senza indagati e senza ipotesi di reato. La difesa di Stasi, tuttavia, sarebbe pronta a presentare una denuncia specifica.

La ricostruzione dei Ris

In una relazione firmata dal colonnello Matteo Donghi, predisposta in risposta a un’istanza dei legali di Stasi, il Ris ha spiegato che lo smaltimento sarebbe avvenuto nel rispetto delle norme. Non fu redatto un verbale specifico perché si trattava, secondo la relazione, di intermedi di lavorazione e non di reperti giudiziari. Il freezer e il materiale furono comunque fotografati poco prima della rimozione.

La conservazione degli eluiti oltre la conclusione del processo, si legge nella ricostruzione, avrebbe richiesto una disposizione dell’autorità giudiziaria. L’allora capitano dei Ris Alberto Marino, responsabile degli accertamenti genetici, aveva dichiarato che tutti gli eluiti delle tracce sarebbero stati conservati. Per il Ris, però, quella indicazione non costituiva un impegno a tempo indeterminato: la conservazione sarebbe stata considerata valida fino alla sentenza definitiva, arrivata per Stasi nel dicembre 2015.

Gli altri punti da chiarire

La distruzione delle provette si aggiunge ad altri elementi ancora da approfondire. Uno riguarda il Dna individuato sui pedali della bicicletta Umberto Dei di Stasi: il 19 settembre 2007 fu isolato materiale biologico riconducibile a Chiara Poggi, mentre il giorno successivo due ulteriori esami sullo stesso campione diedero esito negativo.

Un altro passaggio riguarda una valutazione personologica di Stasi, inserita tra gli atti dei Ris messi a disposizione dei pm pavesi. Il documento non è datato né firmato, ma nell’intestazione riporta il nome della criminologa Alessandra Bramante, che ha negato di aver redatto profili privi di data e firma. La valutazione cita inoltre tre verbali di interrogatorio del 13, 17 e 22 agosto, quando Stasi non era ancora indagato e gli atti erano coperti dal segreto investigativo.

Resta quindi da chiarire chi abbia commissionato l’esame. Non risultano atti che lo attribuiscano alla pm Rosa Muscio, che potrebbe essere ascoltata dai magistrati pavesi. Sono attesi anche gli interrogatori di Francesco Avato e Matteo Fabbri, all’epoca consulenti di Stasi, i quali hanno escluso di essere mai stati informati degli esiti negativi degli esami sui pedali. Nel gennaio 2022, intanto, la Corte d’Assise d’Appello di Milano aveva respinto la richiesta della difesa di conservare gli altri reperti per eventuali future analisi, ritenendo tale possibilità soltanto ipotetica.